MARTEDI' 2 SETTEMBRE, dalle ore 19.00, presso la LIBRERIA FISSORE-UBIK di PIAZZA DELLA LIBERTA' 26, ALESSANDRIA, cammineremo sul sentiero dei profumi con CRISTINA CABONI.

Letture dal libro a cura di Giulia Maino.

Al termine dell'incontro con l'Autrice verrà offerto un piccolo rinfresco a tema, a cura di Maria Giulia Scolaro, che sarà presente con le confetture e gli sciroppi bio - presidio Slow Food - dell'omonima azienda agricola di Savignone (Ge).

Ingresso libero.

Per informazioni: : La Voce della Luna: www.voceluna.altervista.org; lavoce.dellaluna@virgilio.it

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Libreria Fissore-Ubik: 0131/252678;  www.libreriafissore.it

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www.garzantilibri.it

www.ilsentierodeiprofumi.com

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A Settembre...inseguiremo parole...sul sentiero dei profumi...

Firenze e Parigi sono due città che restano nel cuore. Ci siete mai stati?

La Voce della Luna ritorna in autunno con nuovi appuntamenti e iniziative: si parte a settembre, con letteratura, poesia...e, naturalmente, cinema!! Ricordiamo, inoltre, sempre attiva, la consulenza didattica della nostra associazione sulle tematiche della Media Education e dell'educazione ai linguaggi visivi. Non dimenticando che

"Non vale tanto il sogno: / quel sogno è la scintilla che accende il fuoco. / Vale ciò che è capitato dopo"
(da "L'Anciové sota sal", di Marco Gobetti)

A presto, e Buona Estate a tutti!!
 

WE WANT YOU!!!

LA VOCE DELLA LUNA, associazione di cultura cinematografica e umanistica, ricerca studenti universitari, laureandi e/o laureati in ambito umanistico, con particolare riferimento alle discipline dell'educazione, della comunicazione, del cinema, del teatro, dello spettacolo in genere e delle arti visive.
Chi desidera conoscerci e avviare un'esperienza collaborativa con la nostra Associazione può inviare una mail (completa di C.V.) a: lavoce.dellaluna@virgilio.it; oppure telefonare per un colloquio al numero 340/9418376 (Dott.ssa Barbara Rossi).

WE WANT YOU!!

LA VOCE DELLA LUNA, Associazione di cultura cinematografica e umanistica, ricerca giovani cinefili e studenti in ambito artistico-umanistico fortemente motivati a un'esperienza di collaborazione volontaria per l'organizzazione di eventi (gestione segreteria, promozione evento, comunicazione). Se interessati inviare una mail (completa di C.V.) a lavoce.luna@virgilio.it; oppure telefonare per fissare un colloquio al numero 340/9418376 (Dott.ssa Barbara Rossi).

 

LA VOCE DELLA LUNA offre la propria consulenza didattica in area umanistica e, in particolare, dell'educazione ai Media e ai linguaggi visivi agli studenti di ogni ordine e grado scolastico, anche durante il periodo estivo.

Per informazioni e contatti: Dott.ssa Barbara Rossi, tel. 340/9418376; lavoce.luna@virgilio.it

 

Parole di cinema

 Arrivederci, Robin (di Barbara Rossi)

Quando è un grande artista a lasciarci - che sia attore, come in questo caso, musicista, scrittore o altro, come qualche volta è accaduto nel corso di questa contraddittoria estate - è sempre un brutto colpo per noi spettatori. Ci sentiamo delusi, avviliti, persino un po’ traditi dall’ineluttabilità di quel destino che ci ha sottratto un modello (non necessariamente nell’accezione morale del termine), una figura pubblica di riferimento entro la quale proiettare i nostri desideri, le speranze, le paure ataviche. Ci sentiamo defraudati, appunto, oltre che di qualcuno, di qualcosa: come gli spettatori dell’intramontabile “Psycho” di Hitchcock, che il geniale regista conduce, fin dalle prime battute del film, a identificarsi con la povera e sfortunata Marion, per poi farla sopprimere nella famosa scena della doccia a neanche metà della storia, lasciandoli in una sorta di ‘vuoto’ visivo e proiettivo.
Gli attori, si sa, lavorano per lo più sui sogni. I loro (in misura minore), quelli del regista (moltissimo) e, più di tutto, i nostri.
Questa mattina, non appena appresa la sconcertante notizia della morte suicida di Robin Williams, in mezzo alla disparata messe di citazioni, frasi di cordoglio e di commiato, ricordi della sua carriera e dei suoi film che rapidissimamente hanno riempito la rete, mi ha colpita, in particolare, la riflessione di un’amica, che ho trovato illuminante nella sua (apparente) semplicità.
In sintesi, il monito era questo: ricordiamoci sempre che può esserci anche una grande differenza, un vero e proprio abisso, tra il ‘personaggio’ e la ‘persona’.
Questo pensiero ha richiamato alla mia mente alcune appassionanti e lontane lezioni universitarie di teoria del cinema,
quando noi studenti affrontavamo, con entusiasmo ma anche con una certa fatica, la complessità del modello sulla figura e sull’arte dell’attore proposto - negli anni Sessanta del secolo scorso - dal semiologo praghese Jan Mukaƙovský.
Lo studioso, basandosi anche su quanto rilevato da Bertolt Brecht in alcuni scritti nati dall’osservazione dell’arte scenica orientale, sosteneva che al vecchio modello strutturale andasse sostituito uno nuovo, fondato sulla compresenza nel medesimo interprete di tre ‘entità’: l’uomo, con il suo vissuto esistenziale composto di ragione e, insieme, di emozioni ed affetti; l’attore, con il bagaglio tecnico di competenze; infine, il personaggio, ovvero la somma dei primi due, la singolare combinazione delle due personalità, quella umana e quella artistica.
“Tuttavia però il legame tra la vita dell’uomo e la sua creazione artistica in un determinato dramma non è diretto: v’è uno strato intermedio consistente nell’insieme di mezzi formali che costituiscono una caratteristica stabile dell’attore e passano di ruolo in ruolo. Per il pubblico questi mezzi formali sono indissolubilmente legati con la persona reale dell’attore: da essi riconosce l’attore in un nuovo ruolo, essi gli avvicinano o allontanano sentimentalmente l’attore, sul loro sfondo valuta le singole sue prestazioni. La tensione tra la singola prestazione e il complesso (stabilizzato) dei mezzi formali è infatti anche un fattore della struttura artistica dell’arte della recitazione”.
Non dimentichiamo, poi, che l’etimologia del termine persona rimanda - dalle lontanissime origini greche, attraverso l’etrusco e il latino - non solo all’individuo, ma anche alla maschera usata nell’antichità dall’attore sulla scena.
Credo che noi spettatori, almeno sino alla dolorosa notizia di oggi, abbiamo (non colpevolmente, soggiogati da uno di quei meccanismi di proiezione/identificazione tipici del rapporto che intratteniamo con le figure fantasmatiche che popolano il grande schermo) amato pensare che non ci fosse separazione alcuna tra il Mork di “Mork e Mindy”, il Popeye-Braccio Di Ferro del film di Altman, il Peter Pan di “Hook-Capitan Uncino”, il Mammo per sempre di “Mrs. Doubtfire” (per non citare che alcuni tra i suoi ruoli comici di maggiore successo) e Robin, l’uomo. Ci è piaciuto crederlo: perché Hollywood e il cinema sono la fabbrica dei sogni per eccellenza, e perché la nostra parte bambina, quella che Williams ha cullato e nutrito con la sua vasta galleria di personaggi, non avrebbe potuto accettare lo stridente connubio tra la maschera sorridente del comico e il male di vivere.
Con la sua tragica scelta Williams ha ricordato alla ‘Hollywood-Babilonia’, che fin dalla sua fondazione coltiva l’insana abitudine di divorare i propri figli, e al mondo intero che dietro la maschera è vissuto un uomo. Che, se avesse potuto, ci avrebbe raccontato una storia molto diversa da quella dei suoi personaggi.
E allora, per una volta, salutiamo, oltre all’attore, l’uomo.
Arrivederci, Robin.

Laureen Bacall: la seduzione dell’insolenza (di Barbara Rossi)

A Howard Hawks, uno fra i più grandi e creativi registi della golden age hollywoodiana, ricordava l’amatissima seconda moglie, Nancy Gross, detta Slim per il suo fisico minuto. E fu proprio la raffinatissima Slim a notarla nelle vesti di modella sulle pagine di “Harper’s Bazaar” e a proporla per un ruolo al marito, che - dopo averle opportunamente modellato il fisico, il portamento e la voce (con quel timbro gutturale destinato a diventare uno dei suoi segni distintivi) - la fece debuttare in Acque del Sud, nel 1944, a fianco di Humphrey Bogart.
Il resto, il soprannome “Slim” affibbiato da Hawks al personaggio interpretato da Betty Jean Perske (in arte Laureen Bacall, il cognome materno con l’aggiunta di una provvidenziale elle, per renderlo più pronunciabile), come omaggio alla consorte, l’innamoramento con il già maturo Bogart e la conseguente creazione di una tra le coppie - fuori e dentro lo schermo - più famose e amate del secolo del cinema (vedi anche l’altro “classico” hawksiano, Il grande sonno, da Raymond Chandler), fa ormai parte da tempo della sua leggenda.
Venne chiamata “The Look”, per il suo peculiare modo di guardare il proprio interlocutore, obliquamente e dal basso, tenendo il mento fermo: fu ancora Hawks a potenziare questa sua caratteristica, prevedendo l’effetto che avrebbe potuto avere sul pubblico quella sua aria insolente.
“…Fece quattro mesi di dura preparazione prima che la mettessimo in Acque del Sud. Quando ebbe finito, non ci fu più ragione di preoccuparsi per lei. Diventava sempre più brava, e infine dissi: ‘Le do il ruolo principale’. Tutti mi dissero: ‘Sei pazzo’. Ma funzionò, e lei diventò subito una diva. Ed era a causa di quella sua particolare insolenza che non si era mai vista prima. […] Scoprimmo che la Bacall era una ragazza minuta che diventava alquanto attraente quando aveva un’espressione insolente. Era l’unico momento in cui la notavi perché faceva l’insolente con una strana faccia”.(1)
Arrivano, poi, per Laureen, gli anni di una carriera dorata, sempre più ricca di ruoli e di successi, che la conduce a lavorare, ad esempio, fianco a fianco con il mito Marilyn (Come sposare un milionario, 1953), con Gregory Peck (La donna del destino, 1957) e, in definitiva, con i maggiori registi del panorama hollywoodiano, da John Huston a Michael Curtiz, da Jean Negulesco a Vincente Minnelli, sino alle più recenti interpretazioni per Altman e Lars Von Trier.
Icona di bellezza e fascino, seducente per quell’immagine di donna elegante, innocente e nello stesso tempo spregiudicata, che ha veicolato sul grande schermo, Betty Bacall ha abbondantemente popolato, come molte dive hollywoodiane della sua generazione, l’immaginario spettatoriale.
Non senza una punta di malcelata gelosia, Hawks una volta disse di lei che “Bogey si era innamorato del personaggio che lei interpretava, così lei dovette continuare a farlo per tutta la vita”.
Ma sarà andata davvero così?

 

(1) Nuccio Lodato, Howard Hawks, Il Castoro, 2003

                            

IL GIARDINO DELLE PAROLE (Kotonoha no niwa, Makoto Shinkai, 2013) di Barbara Rossi

Cadono, e scorrono come pioggia, le parole fra Takao e Yukino, nel parco-giardino in perfetto stile giapponese, incastonato come un gioiello in mezzo ai palazzi e al grigiore di una grande città, dove si incontrano nei giorni in cui non splende il sole.
Cadono, rade o simili a un fiume in piena, potenti e delicate come quell’acqua che viene giù dal cielo, bagnando, irrigando, nutrendo le menti e i cuori di due sconosciuti: un ragazzo quindicenne che sogna di diventare un creatore di scarpe (“scarpe che le facciano venir voglia di camminare”, dice Takao) e una misteriosa donna di ventotto anni, sempre elegante nei suoi vestiti di alta sartoria, sempre gentile, sempre, irrimediabilmente sola.
Makoto Shinkai, giovane ma già straordinario regista di corti e mediometraggi d’animazione ispirato dalle anime e dai manga giapponesi, oltre che dalla poetica visiva di Hayao Miyazaki, disegna e infonde vita ai luoghi - l’affollata e caotica città, gli interni familiari di quotidiana solitudine - e ai volti-corpi di Takao e Yukino: pennellando con tratti delicati e crepuscolari, come in un acquerello, o in un haiku, l’irrazionale non geometria di un innamoramento che forse soltanto con e attraverso il tempo diventerà storia.
Influenzato, per sua stessa ammissione, anche dalla letteratura di Haruki Murakami, Shinkai sembra possederne la medesima potenza evocativa e visionaria, insieme allo stesso interesse per la rappresentazione della solitudine non solo come limite ma anche come potenzialità e spinta propulsiva verso il cambiamento (cui fa riferimento anche Someone’s Gaze, che introduce la proiezione italiana de Il giardino delle parole: curiosa, in questo cortometraggio, la presenza del gatto come simbolo, elemento motore e agglomerato di senso della storia, come già per l’opera prima Lei e il suo gatto, 1999).
Splendido il lavoro grafico compiuto sulle immagini: come l’alternanza dei toni, dei riflessi e delle sfumature di colore (con una vera e propria pioggia di verde luminoso nelle scene all’interno del parco, che investe con la sua carica evocativa persino i visi).
Qualche piccolo inciampo, qualche debolezza o sfilacciatura nel racconto vengono subito colmati dalla mano precisa ma lieve del regista, che promette di diventare un nuovo grande maestro del cinema d’animazione.
Storia di silenzi, questa de Il giardino delle parole: espressione di uno stile di racconto tipicamente orientale, che tende alla sintesi, alla grazia del vuoto, all’ineffabile bellezza di ciò che passa.
Luci e ombre del mondo e del cuore, che riverberano nei gesti, negli sguardi e nei discorsi di Yukino e Takao: dentro un giardino che è, prima di ogni altra cosa, luogo dell’anima.         

 

UN RICORDO DI CLAUDIO G. FAVA (di Nuccio Lodato)

Chi leggerà queste poche righe lo farà dopo che a Genova, nella chiesa di San Francesco d'Albaro, si saranno svolte le esequie del grande Claudio G[iorgio] Fava, che ci ha lasciati d'improvviso nella sua città proprio la sera di Pasqua, a 84 anni.
La scelta di provare a scriverne solo dopo aver preso parte ai funerali è stata deliberata,  e si è rivelata giusta, perché, in una giornata nella quale cielo e mare e liguri  da lui tanto amati hanno voluto offrire il meglio di sé, ha dato modo di pesare  concretamente e fino in fondo l'importanza  della sua figura, a confronto col suo quartiere, lo scenario della vita quotidiana, la chiesa dove aveva sposato la sua Elena cinquant'anni fa, la clinica dove purtroppo non è riuscito a superare i postumi di un improvviso intervento chirurgico,  e persino la non più esistente sala -il cinema “Star” di via Bocchella- dove il Centro Universitario Cinematografico del capoluogo ligure lo invitava negli anni buoni a tenere le sue rutilanti presentazioni, apprezzandone lo smagliante nitore e la capacità di prendersi sì sul serio al momento giusto, ma solo fino a un certo punto. La conoscenza reciproca di Claudio e della pittrice e narratrice Elena Pongiglione aveva del resto avuto luogo, profeticamente, grazie alla comune frequentazione del mitico cineforum dei gesuiti dell'Istituto “Arecco”, la cui memoria è inseparabile dalla gigantesca ombra di padre Angelo Arpa (Fellini a Genova per mostrare nottetempo al cardinale Siri La dolce vita ed averne un tacito placet; il festival sestrilevantino del cinema sudamericano con Gianni Amico) e che è stato una fucina davvero superba di grande cinefilìa critica (un nome per tutti: Oreste De Fornari).
E non poteva che tornare alla mente dei più anziani, diretti testimoni d'epoca, un favoloso aneddoto (autentico) di allora. Proprio in quell'infelice cinema lungo e stretto, Fava presentava  -dopo lunghi anni di assenza del capolavoro di Visconti dagli schermi: poteva essere più o meno il '68-  Senso, temibilmente presente in platea  il pontefice massimo del culto viscontiano ortodosso, antico e accettato, dell'epoca: Guido Aristarco,  il passato teorizzatore del transito del regista “dal racconto al romanzo, dal neorealismo al realismo, dalla cronaca alla storia”, allora fresco di cattedra alla Facoltà di Magistero (altri tempi, veramente!) dell'ateneo genovese.
Ad Aristarco, laico e marxista dall'accentuata intransigenza in quel periodo di accesa contestazione, cattedratico pioniere, non doveva probabilmente essere andato a genio il fatto che il locale CUC -non a caso all'avanguardia sulle piste della lezione dei “giovani turchi” dei “Cahiers” e della vulgata nazionale propiziatane da Aprà attraverso “Filmcritica”:  Ambrogio, Viganò e Humouda si abbeveravano peraltro direttamente allle fonti parigine...-  si fosse rivolto al cattolico, moderato e a sua volta filofrancese Fava, piuttosto che non a lui, per introdurre a un pubblico prevalentemente studentesco uno dei, se non il, film  della sua vita.
Sta di fatto che, mentre il presentatore svolgeva inappuntabilmente il suo compito dal microfono situato sotto lo schermo, l'illustre convenuto, attorniato dalla consueta cerchia di amici genovesi, si distingueva in commenti ad alta voce dal chiaro intento disturbante.  Fava ignorò volutamente la cosa per un po': poi si interruppe e col consueto garbo ironico apostrofò: «Ma quel signore là in fondo che, non avesse quei baffoni tartarici [tale era l'aspetto dell'illustre neoresidente a Capo Santa Chiara in pieno '68...] direi proprio che somiglia a Guido Aristarco, potrebbe per cortesia zittirsi un momento?». «Ma io non sono Guido Aristarco» ribatté sorprendentemente l'interpellato: «sono Ermenegildo Zegna!». Lo scambio e anche il cicaleccio che l'aveva causato si chiusero lì, e Claudio concluse da par suo sulla contessa Livia e il bel tenente Mahler. Ma il ricordo dell'inconsueto e surreale scambio non abbandonò neppure lui se, riparlandone in una pausa di una trascorsa edizione di “Ring!” mi chiese perché, secondo me, in quell'occasione Aristarco si fosse scherzosamente spacciato per l'allora re degli abiti pronti. Non ho naturalmente saputo rispondergli. Oh gran bontà de' cavalieri antichi: il finto Zegna non è più in grado di tornare sul tema ormai da quasi vent'anni, e il suo allibito interlocutore non potrà più ripetergli o ripetersi la domanda.                                                                                                                                          
Così come non farà purtroppo in tempo, Claudio, a vedere stampata la raccolta dei suoi lontani scritti di quotidianista principe del «Corriere Mercantile» di Genova. Ci si era dedicato con disinteressata passione e legittimo orgoglio a fondo, nell'ultimo biennio, non lesinando talora qualche lieve battuta scaramantica, allorché gli pareva (e non a torto...) che i tempi editoriali stessero risultando un po' dilatati. E non vedrà neppure l'ampio e impegnativo volume dedicato alla storia dello spionaggio e al rapporto tra il delicato settore e il cinema, che invece, per parte sua, aveva consegnato, puntualmente pronto, all'editore. Resterà di pronta consultazione il suo generoso e spesso aggiornato blog, e sospesa tra i progetti l'ipotizzata ristampa di un suo lontano volume: il tanto introvabile quanto prezioso “Le camere di Lafayette”, una prima raccolta di recensioni e saggi.
Molti i bei contributi dei colleghi quotidianisti attuali: bravissima Fulvia Caprara sulla “Stampa”, come Mereghetti sul “Corriere”, Crespi sull'”Unità” e la Piccino sul “manifesto”, anche e soprattutto al cospetto dell'imbarazzante “buco” aggravato e continuato per tre giorni dell'ormai agonizzante pagina e mezzo di spettacoli di “Repubblica”R2... Lo ha naturalmente ben “fotografato”, anche da concittadino, il collega e amico Natalino Bruzzone, nel congedo tributatogli in prima pagina sul principale quotidiano ligure: «Ha vissuto di film e di libri, di passione per tutto quanto fa cultura, anche la più eccentrica, di devozione per la parola nel racconto e nella scrittura, di abnegazione d'altri tempi per il lavoro in RAI, di sincera bontà d'animo, di squisita gentilezza per il prossimo e di amore per la compagna di sempre». In quanti si potrebbe desiderare di chiudere la partita un simile epitaffio. Ma solo a lui risulta possibile farlo indossare, con l'irripetibile pienezza e la naturale eleganza che fu dei suoi papillons.

Il film

LA PRIMA COSA BELLA  (di Barbara Rossi)

Non ne ho di bei ricordi e se ce li avessi me li farei levare tutti dalla testa… perché dall’amore di una mamma così come la nostra, purtroppo o per fortuna, non c’è via di scampo. (Bruno Michelucci)

Alla nona prova d’autore, il livornese Paolo Virzì ritorna nei luoghi d’infanzia, alla ricerca di un ipotetico fil rouge capace di connettere fra di loro storia privata e collettiva, presente e passato, memoria e costruzione del futuro. Questo grande serbatoio di immagini, suoni (le canzonette che sottolineano ed amplificano gli snodi cruciali del film), di odori terrestri, casalinghi (i pranzi e le cene in famiglia) e marini (elemento a cui non si può fare a meno di tornare, vedi la chiusa del film), pare venir trasfuso dal regista nel personaggio di Anna (Micaela Ramazzotti-Stefania Sandrelli, qui straordinariamente ‘speculari’). La figura di Anna giustifica a pieno il titolo del film, e ad esso rimanda costantemente, pur in mezzo ai contrasti e al violento chiaroscuro della sua vita e di quella dei figli, Bruno (Valerio Mastrandrea), personaggio ‘morettiano’ e Valeria (Claudia Pandolfi). Anna è e rimarrà sempre agli occhi dei figli “la prima cosa bella”, come ricorda a più riprese l’omonima canzone di Nicola Di Bari: ma con tutto il peso e l’ingombro che nella mente e nel cuore può determinare una madre affettuosa, allegra, capace di autoironia anche nei confronti delle proprie personali e drammatiche vicende (la cieca e feroce gelosia del marito, gli alti e bassi di un matrimonio sotto il segno della possessività e del sospetto, il conflitto con la sorella) e, nello stesso tempo, irrimediabilmente ‘altra’ rispetto la più tradizionale e rassicurante immagine materna. Perché Anna, erede delle tante, controverse e molteplici figure femminili tratteggiate dal cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta (persino, a tratti, di quell’onorevole Angelina del film di Zampa - 1947 - dove la Magnani si fa portavoce dell’ansia di riscatto e di affermazione della generazione di donne appena uscita dalla cruda esperienza della guerra), ha un carattere e un movimento di vita istintivo, brioso, spumeggiante. O perché, pur circondando i figli di una grande forza e tenerezza, si rifiuta di circoscrivere il suo ruolo a quello di madre, di moglie, di nucleo del focolare domestico. Di qui deriva, forse inevitabilmente, il conflitto tremendo e irrisolto con il marito Mario (Sergio Albelli), con Leda (Isabella Cecchi), che non riuscirà mai a perdonarle quella seduzione della bellezza esercitata senza colpa e senza malizia alcuna, ma con dolorosissime conseguenze, fin dall’epoca dei primi amori. Di qui proviene, probabilmente, lo sfasamento esistenziale di Bruno (e, in parte, la quotidiana infelicità di Valeria), che è anche la voce narrante della storia, ripercorrendo attraverso il suo sguardo, prima infantile e poi adulto, e i suoi ricordi la caotica, sorprendente e controversa parabola di vita di questa madre bellissima, amante riamata dai suoi “bambini”, eppure sfuggente. Il film di Virzì (non a caso premiato con tre David di Donatello, quattro Nastri d’Argento e candidato dall’Italia all’Oscar come miglior film straniero per il 2011), in perenne oscillazione fra commedia e dramma, con la sua vivace e nostalgica colonna sonora di motivi celebri, con i colori caldi dei ricordi estivi del mare di Livorno, sembra voler riflettere, senza giudicare, sul vasto e complesso tema della costruzione del rapporto genitori-figli: dove, in conclusione, solo un evento definitivo come la morte si rivela in grado di illuminare il senso di alcune scelte esistenziali e di sanare vecchie ferite. La domanda posta all’inizio della storia, tuttavia, in parte rimane: in che misura una madre come Anna può concedersi di essere anche donna e di rispettare le proprie scelte sentimentali, professionali, di vita? Fino a che punto le è possibile farlo senza ferire la sensibilità dei figli? E dove si trova, se c’è, il compromesso, la pacificazione?

“Guarda che la nostra è una mamma molto importante, per raccontare la sua storia ci vorrebbe un romanzo di trecento-quattrocento pagine. Per raccontare la storia di questa madre e di noi due, fratello e sorella e di tutte le nostre avventure ci vorrebbe uno di quei filmoni di una volta...”, ricorda Bruno, a Valeria e a noi spettatori…

Martedì 29 aprile alle ore 21 al Multisala Kristalli di Alessandria (Via Parini 17), nell'ambito della rassegna “Davvero nuovi. Sguardi giovani sul cinema italiano”, organizzata dall'associazione di cultura cinematografica e umanistica La Voce della Luna, verrà proiettato "E fu sera e fu mattina" di Emanuele Caruso. Il film, il cui titolo richiama un passo della Genesi, è stato girato nel cuore delle Langhe, a La Morra, dove viene collocata l'immaginario paesino di Avila. Qui, nel corso della festa patronale, il sindaco, il parroco e la cameriera Luisa diventano i protagonisti principali del dramma collettivo che vede la comunità diventare consapevole di una imminente catastrofe mondale. Di fronte ad essa ciascuno dovrà cambiare e ridimensionare la propria esistenza, rivedere il senso dei rapporti che lo legano agli altri. A budget ridottissimo e realizzato nel 2012 con quarantotto locations in un paesaggio incantato, il lavoro di Caruso è stato in gran parte prodotto dal basso, con la vendita popolare di quote di partecipazione sugli incassi del valore di cinquanta euro. La proiezione, cui seguirà un dibattito con la presenza del regista, ha l'ingresso ridotto (euro 6) per i tesserati alla Voce della Luna, con possibilità di tesseramento in loco.